MOTOCICLISTI SI NASCE di Furio Venarucci

febbraio 3, 2013 No Comments

Sono sempre stato convinto che motociclisti si nasce. Puoi accorgerti anche in tarda età ma la verità è che ci sei nato. E chi nasce motociclista lo rimane tutta la vita. Essere motociclista è uno stato d’animo. Questa è la differenza tra un appassionato di sport motoristici e un motociclista. Un motociclista può essere anche un appassionato ma non il contrario. Per questo motivo considero tutti i motociclisti come fratelli. Magari possono essere del tipo “vado in moto anche a 10 sotto zero e con un palmo di neve” come Ugo Passerini, possono essere “mi faccio mille km al giorno per un mese” come Giovanni Carlo Nuzzo, puoi girare con un Galletto del 57 come Dario Ballardini, puoi fare il “Direttore di Motosprint” come Stefano Saragoni, puoi essere un “saggio” come Marco Masetti ma qualunque sia il tipo, per me sono tutti fratelli di ruote.

Avere una moto in garage mi ha aiutato ad arrivare alla soglia dei 60 anni, con qualche osso rotto in più magari, ma con una gran voglia di esserci sempre. Come capostipite della famiglia motociclistica del mio paesino ho avuto la fortuna di vedere crescere intorno a me tante ragazze e ragazzi nati motociclisti e rimasti tali anche se la nascita di un figlio, la perdita di un lavoro, la crisi sempre peggiore li ha messi a piedi. Come era scritto nella mia pagina Facebook per me “la moto è meglio della aspirina”. La moto magari non ti guarisce dal raffreddore ma ti cura tutte quelle ferite dell’anima che nella vita ti tagliano dentro. E fare per qualche anno il Presidente del Moto Club della mia cittadina è stata per me una delle esperienze più belle della mia vita “sociale”. E oggi, che sono soltanto il Presidente Onorario, carica neppure prevista dalla Federazione Motociclistica, continuo a vivere con la stessa passione di quando per anni ho atteso il mio primo motorino ormai un trilione di anni fa.

Ho fatto questa premessa per dire che avendo passato tutta la vita in sella vorrei che le cose, per noi Centauri, andassero diversamente. Quando nel 2011 Marco Simoncelli se ne è andato a correre tra le nuvole io come tutti ci sono rimasto male, come se ne fosse andato un pezzo di me. Ma la verità è che per me quando un motociclista se ne va è sempre un grande dolore. Vedere ragazzi di tutte le età che perdono la vita per la sfortuna che ti ha atteso dietro ad una chicane o dietro ad una curva della Flaminia fa male. Ma vedere amici lasciarci la pelle, o una gamba o un braccio per l’incuria, o l’approssimazione di chi dovrebbe avere invece cura di noi mi fa incazzare. Morire perché al curvone a Vallelunga qualcosa è andato storto ci può stare anche se fa male, ma morire per una chicane che non si vede bene a Imola fa incazzare. Sulle strade è una carneficina nella indifferenza generale. I due motociclisti caduti per un autovelox mesi orsono gridano vendetta. Quando mia figlia usciva in moto ho sempre avuto paura che potesse incontrare il cretino di turno che invece che guidare fa altro mentre la macchina corre. Non ho mai avuto il coraggio di dirle di smettere e oggi, che anche lei è stata colpita dalla crisi e ha venduto la moto, tiro un sospiro di sollievo, e me ne vergogno.

A me la moto ha salvato la vita. Mi ha reso più forte. Mi ha aiutato nei momenti difficili. Mi ha donato attimi che non avrei mai vissuto altrimenti. La moto è pericolosa. E’ sacrosanto. Oggi meno di ieri. Ho libri che ormai sono diventati vecchi dove quando leggi la vita dei campioni del passato ti rendi conto di quanto il nostro sport sia stato esigente nel nutrirsi delle vite dei suoi “sacerdoti”. Potrei fare un lungo elenco dei tanti che hanno lasciato tutto sull’asfalto dell’Isola di Man e sulle piste stradali del nord Europa. Erano tempi dove restarci secco era la regola e se non ci restavi in gara ti succedeva su strada come a Tonino Benelli o Libero Liberati.

Oggi è diverso. Ti deve dire male. In pista. Ma in strada? Oggi abbiamo moto tanto diverse dai “cancelli” che guidavamo negli anni 60 e 70. Eppure ci sono troppi incidenti e troppi danni alle persone dovuti alla incuria e alla cultura anti motociclistica di questo Paese fatto di ottusa burocrazia e stupidità istituzionale. Oggi se metti sotto un gatto lo devi portare al pronto soccorso veterinario ma se sbatti contro un guard rail ci lasci un braccio solo perché ancora non hanno trovato il modo di prendere una mazzetta sull’adeguamento delle barriere di protezione. Quando parlo di queste cose molti mi dicono: “ma all’età tua vattene in auto e risolvi anche il problema del mal di schiena”. Ma io mi rifiuto di cedere ad una società che impedisce a chi ha una passione di viverla in sicurezza. Pensate alla vostra vita senza la moto. Pensate come sarebbe stata se vi avessero impedito di vivere un sogno ad occhi aperti. Andarsene all’altro mondo per una passione è brutto, è brutto se sei un campione, se sei da ultima fila e anche se prendi la moto per andare a vedere gli altri che girano in pista. Ma è brutto per gli altri. Personalmente se proprio dovessi schiattare preferirei farlo in sella piuttosto che in un letto di ospedale. Avete visto quanti ragazzi vanno al Mugello in sedia a rotelle. Gente che alla moto ha dato tutto ma che continua ad amarla pure dopo essere stata tradita. Ma forse dovremmo fare di più che parlare e lamentarci. Dovremmo lottare per mettere le cose a posto perché nel 2000 non si può morire per una chicane fatta male, per un guardrail assassino o per un cretino al telefono.

Ci sono Motociclisti con la M maiuscola come Matteo Baraldi che sono tornati in pista dopo aver perso un braccio su un guard rail. Facciamoci insegnare da loro quanto è importante lottare. Dobbiamo credere nella possibilità di poter ottenere l’adeguamento di tutti i guard rail alle esigenze di sicurezza dei motociclisti. E se vi dicono che non ci sono i soldi ricordatevi che tutto si farà coi i soldi che risparmieremo sulle spese sanitarie dei malcapitati che ci finiranno contro. E poi non è possibile che motociclisti caduti per l’incuria di chi dovrebbe curare le strade rimasti invalidi debbano rinunciare a rialzarsi perché un braccio “bionico” costa 50mila euro e la mutua non lo passa. A questo va posto rimedio con provvedimenti che tengano conto delle responsabilità che ha l’Amministrazione nei nostri confronti.

E per finire parliamo del CONI. Nel nostro paese non possono esistere sportivi di serie A e sportivi di serie B. Ci sono Regioni dove ci sono circuiti che danno ampie possibilità di scelta. Non è possibile che esistano Motociclisti che se vogliono fare una giornata in pista debbano farsi 700 o 800 chilometri con il carrello al seguito. La civiltà di un Paese si vede anche da questo!

Ma forse noi non siamo un Paese civile ancora………

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