VIVERE PER UN SOGNO di Furio Venarucci

agosto 16, 2012 No Comments

Il mio bisnonno faceva l’architetto. Rampollo di un ramo cadetto di una nobile, ma ormai decaduta, famiglia romana aveva delle proprietà nell’agro romano. Di una di queste si andò ad occupare mio nonno dopo aver fatto la guerra di Libia e quella che divenne la Grande Guerra, ma solo perché nessuno si sarebbe potuto immaginare il disastro combinato dall’uomo con la seconda. Mio padre, nato nel 1920, vive così la sua infanzia in campagna e diventa uno dei “compagnucci della parrocchietta” e per tutta la vita racconterà gli anni vissuti in un posto dove oggi ci sono solo palazzi con buona pace del Ministro Catania e della sua preoccupazione per il consumo del suolo. Negli anni venti, sempre il nonno si compra delle proprietà nel viterbese e li mi accosto, dopo una quarantina d’anni, per la prima volta alla terra. Tutto questo per dire che in famiglia abbiamo avuto architetti, ufficiali di carriera, dirigenti dell’INPS ma mai agricoltori. Insomma abbiamo avuto solo quei proprietari che vengono talvolta giustamente accusati di essere dei parassiti ma che sono anche quelli che pure trasferiscono da altri settori risorse e investimenti. Ma torniamo a noi. Quando ero uno studente, negli anni sessanta, l’estate ero soggetto ad un minimo di impegno nei confronti della famiglia. Nonno era ormai indirizzato verso le grandi praterie celesti e mio padre mi metteva nelle squadre delle donne che raccoglievano le “nocchie”. Lavoro improbo, da fare in ginocchio, per settimane intere. Il tutto a cottimo per seimila lire al quintale, che per quegli anni era un bell’andare visto che il mio Gilera 124 5 marce lo avrei pagato, nel 1969, 160mila lire. E divento il primo manuale lavoratore della terra della famiglia. I giovani di oggi forse non lo sanno ma allora un bracciante agricolo a 50 anni ne dimostrava 70. Lavorava una vita come un mulo e a guardargli le mani sembrava la strega di Biancaneve. A quei tempi il lavoro era duro, le infestanti si levavano con la zappa e la schiena non ritornava dritta nemmeno quando andavi a dormire. Non c’era la chimica e nemmeno la meccanizzazione, almeno in quel settore. È stato in quegli anni che ho capito che la terra era veramente bassa. Ma quelli erano anche gli anni in cui cantavano a Sanremo, Sergio Bruni e Giacomo Rondinella. Gli anni in cui Claudio Villa cantava “binario, triste e solitario”. Ma c’era anche Fabrizio De Andrè che cantava Boccadirosa e il Pescatore. C’erano i Nomadi che cantavano “Dio è morto”. L’Italia stava cambiando. Dopo la Vespa si puntava alla 600 e anche per chi restava in agricoltura sembrava che si potesse avverare il sogno del miracolo italiano. E in effetti con 10 ettari di noccioleto quasi ti compravi un appartamento all’anno. Insomma era il momento delle grandi occasioni, il popolo non si rendeva conto che era entrato nell’età dell’oro, età dell’oro che solo la miopia dei sindacati, delle organizzazioni imprenditoriali e della politica sarebbero riusciti a trasformare nel putridume di oggi. Nel 1968 ero al terzo liceo. Come tutta una generazione avrei voluto cambiare il mondo e scelsi De Andrè e il cambiamento. Giustizia sociale e benessere per tutti. E chissà perché finisco a fare un corso sindacale. Si perché, secondo alcuni, il sindacato è un mestiere e serve una formazione specifica. E mi trovo a lavorare, anche decentemente pagato, in una piccola organizzazione di coltivatori diretti, dove a capo c’è un ravennate di grande testa e grande intuito, figlio di coltivatore diretto. Sono gli anni dove domina la politica anche in agricoltura, gli anni dove la Coldiretti, con Presidente Bonomi, ha un potente gruppo parlamentare ma anche l’epoca dove la regola è il rispetto degli antagonisti, la regola è l’educazione ma anche il tempo in cui nessuno si dovrà più togliere il capello davanti al “padrone”. Dell’azienda si occupa mio padre che va in pensione a 55 anni, diventa il secondo lavoratore manuale della terra in famiglia, e il passare degli anni lo misuro dalla sparizione degli animali dall’aia, e dalla superficie di terra messa ad orto. Smettiamo i maiali, i conigli, poi le oche e le faraone e restiamo con piccioni e galline. Il minimo sindacale per una azienda agricola diventata familiare. Per quello che mi riguarda inseguo il sogno: lavorare per uno stato moderno che sappia avere al suo interno una agricoltura moderna, efficiente e prodiga con le sue aziende. Ma gli anni ottanta arrivano e si inizia lentamente la discesa. L’agricoltura si fa vecchia, culturalmente emarginata, socialmente ai limiti. E nessuno che faccia qualcosa. L’importante è avere le deleghe, meglio se coatte e “erga omnes”, avere grandi strutture di patronato, fare formazione finanziata anche a chi potrebbe insegnarti tutto. L’importante è crearsi il lavoro sindacale aumentando la burocrazia. La piccola organizzazione di cui dopo pochi anni sono diventato un giovanissimo presidente è troppo piccola per incidere, per bloccare la discesa verso il baratro. Il sogno degli anni 60 si infrange contro il muro dell’arroganza sindacale dei signori delle deleghe e te finisci per essere poco più di una zanzara dentro una stalla. Ma un sognatore non si arrende e proviamo a mettere insieme qualche piccola realtà associativa sopravvissuta alla incorporazione coatta. E il sogno è vicino. Con la Copagri riusciamo ad arrivare ai tavoli che contano per fare in modo nuovo un vecchio mestiere. Ma anche qui il sogno si interrompe. Interessi organizzativi e di gruppi dirigenti anche li ci riportano indietro. Volevamo una organizzazione nuova e ci ritroviamo tra le mani una nuova organizzazione mentre intorno l’agricoltura vive il dramma della perdita di valore, dove i figli si mangiano i soldi messi da parte con fatica e sacrifici dai padri. Siamo negli anni novanta il periodo che credevamo il peggiore per le nostre aziende. Le galline nell’aia intanto sono finite tutte in pentola e nell’orto sopravvivono quattro piante di zucchino. L’agricoltura del sogno dei nonni e dei padri non c’è più. Ma un sognatore è come un consumatore di droga, se smette di sognare muore. E allora persa la battaglia della Copagri non resta altro che ritirarsi sui monti di una ultima resistenza per dare vita alla prosecuzione del sogno. Ma la resistenza ha bisogno di armi e di uomini. L’arma è l’ANPA, gli uomini sono gli amici che ti hanno sempre seguito perché in fondo sono sognatori anche loro. Gli agricoltori in parte capiscono, si attrezzano e concorrono alla crescita di una Associazione che sentono loro. Lo fanno in modi originali e diversi. Alcuni si organizzano in modo autonomo, altri si organizzano con qualche tecnico di fiducia, altri si fanno un sindacato per conto proprio. Altri ancora si portano dietro intere strutture da altri sindacati. Già gli altri sindacati. Per loro siamo nemici da combattere. Siamo gente che non esiste, siamo dei pidocchi. Ma per noi non è un problema. Alla fine non abbiamo interessi da difendere, abbiamo solo un sogno da realizzare, un sogno che si allontana grazie alla opera certosina di tutti coloro che sarebbero pagati per difendere i nostri interessi di agricoltori. Già pagati, e anche bene. Direi che uno che guadagna più di tremila euro netti al mese è ben pagato. Non sono un marxista leninista e non provo nulla contro chi guadagna bene se se lo merita. Ma se un burocrate guadagna diecimila euro al mese puliti e della sua amministrazione non funziona nulla trovo che siano troppi anche dieci euro. Per chi non merita la sua paga aprirei le patrie galere. Per il sindacato è diverso. Se sei presidente di una organizzazione non devi chiedere nulla. Nessuno ti obbliga a farlo. Trovo sconveniente che uno possa ammettere di guadagnare più di Obama. Magari se sei incaricato di dirigere una società e hai delle responsabilità credo che sia giusto avere pagate le responsabilità ma a patto che questo sia rapportato alla situazione generale delle imprese che diciamo di voler tutelare. Oggi il sogno si infrange su un muro costruito da burocrazia e sindacati. Le aziende chiudono, la maggior parte per vecchiaia, altre per incapacità economica. Dove c’erano pescheti oggi ci sono grandi distese di mais seminate per alimentare impianti industriali di biogas, ci sono enormi distese di pannelli solari che hanno preso il posto delle colture agricole con la grave complicità delle Confederazioni sindacali. Insomma il sogno sembra ormai destinato a rimanere tale. Ma prima di smettere di sognare tentiamo l’ultima prova. La Confederazione Italiana Liberi Agricoltori nata a febbraio si sta formando tra ilarità e preoccupazione. Un nuovo modello di sindacato che ha la grande difficoltà di convincere chi è uscito dal sindacato tradizionale che si può fare sindacato in modo diverso e utile ad una agricoltura che non c’è più. Non prendiamoci in giro, l’agricoltura italiana è come il protagonista di “Sesto Senso” e non abbiamo neanche il bambino che vede la gente morta e che non sa di esserlo. LiberiAgricoltori non è altro che un reparto di rianimazione, odiato dai sindacati, dai burocrati e da tutti coloro che si stanno spartendo le spoglie del morto compresi alcuni dei capipopolo che trascinano dietro di loro aziende che non hanno altri sbocchi. Per quello che mi riguarda chi vive un sogno deve viverlo fino in fondo. Ma alla fine so comunque come finirà. Questa, che riesca o meno, è per me l’ultima puntata. Da IAP, alla soglia dei sessant’anni aspetto che si realizzino le condizioni per far rilevare l’azienda a mia figlia. Il mio futuro sarà dietro ai fornelli dell’agriturismo che realizzeremo tra un paio d’anni. Per anni ho detto che se avessi voluto fare l’affittacamere mi sarei comprato un albergo e se avessi voluto fare il cameriere avrei comprato un ristorante invece che una azienda agricola. Ho cambiato idea. Farò il nonno in agriturismo, magari cucinando. Spero solo nel frattempo di cambiare il futuro della nostra agricoltura. Le rivoluzioni non sono mai lente. Ci sono o non ci sono. Se arrivano arrivano violentemente e rapide.  Io ancora ci spero!

sindacati agricoli

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