POLLICINO E IL KILOMETRO ZERO di Furio Venarucci

marzo 18, 2012 No Comments

C’era una volta una famiglia di agricoltori un tempo benestante divenuta, a causa di sindacalisti e politicanti, poverissima. Moglie e marito avevano 7 figli e il più piccolo si chiamava Pollicino perché era più piccolo di un pollice ma anche lui, nonostante tutto, aveva dovuto comprare la tessera del sindacato di papà. Non avendo più i soldi per sfamare i loro sette figli, i due agricoltori decidono una sera di abbandonarli nel bosco. Il più piccolo dei fratelli, Pollicino, che aveva sentito parlottare i genitori, si riempie allora le tasche delle vecchie e numerosissime tessere del sindacato e il giorno dopo, quando con una scusa i genitori conducono i figli nella foresta, Pollicino lascia cadere le tessere ad una ad una dietro di sé. Così, visto che queste tessere ormai non le voleva più nessuno e nessuno per questo le toccava, sempre che non fosse obbligato a farlo per partecipare ad un PIF o per vendere tabacco alla Manifattura che paga meglio o peggio per farsi prestare dei soldi da qualche banca amica del sindacato, Pollicino seguendo questa traccia a ritroso riesce a riportare i fratelli a casa. Il giorno dopo la cosa si ripete, ma questa volta Pollicino non ha a disposizione le tessere e per segnare il sentiero, usa le zucchine che il padre aveva comprato ai mercati generali per venderle al banco fuori la casa come produzione propria. Ma purtroppo passano i consumatori e se le portano via convinti di avere trovato chissà quale prelibatezza. I sette fratellini, perduti così nel bosco, vedono una luce e …… va bene spero sappiate tutti come va a finire. Pollicino che era uno sveglio smette di fare l’agricoltore e si mette a commerciare in frutta e verdura, fa l’affittacamere, il cameriere, il cuoco, mette su l’agrinido, fa la fattoria didattica e così continuando. Insomma consigliato dal sindacato fa tutto meno che l’agricoltore ma siccome è sveglio alla fine si libera anche del sindacato per tenersi tutti i suoi guadagni senza doverli steccare con nessuno, e finalmente con i soldi fatti torna con i fratelli dal padre, liberandolo per sempre dalla fame e dalla povertà dove sindacalisti e politicanti l’avevano cacciato.

Ora dove sta l’insegnamento? Sta sul fatto che su certe cose non ci si dovrebbe scherzare. Nemmeno io che sono un vecchio nostalgico dei tempi in cui si trovava sempre una ragione per tutto. A miei tempi era tutto diverso. Anche quaranta anni fa dalla città chi faceva una scampagnata veniva in azienda a comprare direttamente quello che avevamo di pronto. Potevano essere polli o galline, uova, zucchine o melanzane. Mele, albicocche o pere. Olio o vino. Formaggio no! Pecore non ne ho mai avute in casa. A quei tempi non avevamo bandiere sul cancello e nemmeno del grande assortimento perché come sanno tutti frutta e verdura maturano tutto insieme e in campagna se è tempo di albicocche vendi le albicocche e se è tempo di pesche vendi le pesche. Se dove vai sempre hanno un poco di tutto un minimo dubbio te lo devi far venire. Era vendita diretta la nostra? Certo! Era chilometro zero? Secondo i punti di vista. Le galline razzolavano nell’aia. Le uova le facevano sempre dove volevano loro ma noi le trovavamo e quindi nel giro di qualche decina di metri arrivavano sulla credenza pronte per una ciambella o per essere incartate nella carta di giornale e finire in qualche portabagagli. Erano i tempi delle 600 e delle 1100 Fiat. I chilometri per venire da Roma erano 100 andata e ritorno. Quindi proprio zero questi chilometri non erano ma tanto alla Trattoria dell’Angelo a mangiare ci sarebbero venuti ugualmente e quindi in fondo sempre zero faceva.

Ma torniamo al formaggio che non ho mai fatto e venduto. Mi ricordo che una volta in Abruzzo mi imbattei in un pastore che se lo faceva in casa. Visto e comprato. Chilometri zero, forse. Ma stavo a 200 chilometri da casa e non mi è mai più passato per la testa di tornarci apposta. Tempo fa, corroso dalla curiosità ho chiesto informazioni sul formaggio che a occhio è una delle produzioni, insieme a vino e olio, pensate per la vendita diretta. Ho domandato a chi ne sa più di me come funziona con le pecore. Le pecore sono quegli animali lanosi e con quattro zampe che mediamente, almeno quelle di questo amico, fanno 200 litri a capo  a stagione con una la lattazione che dura circa 8 mesi. Premetto che i dati non sono di origine AGEA e per questo sono decentemente attendibili. Mi spiegava, ma su questo non sono entrato troppo nel dettaglio per una questione di riservatezza e per evitare guai con qualche animalista, che la produzione giornaliera cambia a seconda se si fanno partorire tutte nello stesso periodo, in due periodi, come fanno gli amici sardi che poi per 4 mesi non mungono, o se si fa la rotazione in modo da produrre latte tutto l’anno.  Presumo che si usino “contraccettivi naturali” o qualcosa di simile e questo mi fa ricredere sulla vita facile del “montone” che ho sempre invidiato …… ma non divaghiamo.

Chi come il mio amico munge da dicembre a settembre, ha, nel periodo primaverile, una produzione elevata, mentre tra settembre e dicembre venderebbe solo pecorino stagionato e , ovviamente niente ricotta.

Il latte delle pecore sarde ha caratteristiche tali di grasso, proteine e residuo secco magro da produrre 1 chilo di formaggio ogni 5 litri di latte. La ricotta varia, più è di qualità, meno ne viene, cioè meno si ricuoce il siero, meno ricotta viene, più è morbida e delicata. Comunque, penso, dice il mio amico, che nei 5 litri di latte dal quale abbiamo fatto il chilo di formaggio, vengano fuori circa 2 o 3 etti di ricotta.

Mi dice anche di ricordare, il mio amico, che il pecorino stagionato cala moltissimo di peso e di mettere in conto le spese dell’energia elettrica per tenerlo un anno in cella….

Questo mio amico che potrebbe fare 40 kg di formaggio per ogni pecora, visto che di pecore ne ha 700 potrebbe fare 28mila chili di formaggio e 7mila chili di ricotta e quindi se facesse un caseificio aziendale dovrebbe vendere qualcosa come 100 chili al giorno tra formaggio e ricotta. Insomma roba da Ipermercato a Pechino sempre che convincessimo i cinesi delle doti afrodisiache del pecorino sardo! Comunque il mio amico ha deciso che il latte lo vende alla Cooperativa  perché visto che sta in un posto dove si arriva solo con il fuoristrada dovrebbe mettere un negozio in paese e cambiare mestiere. Ma il problema che voglio risolvere non è questo del prezzo, della cooperativa, dei soldi eccetera. La cosa che mi interessa capire è la storia del chilometro zero. Io peso 110 chili, faccio abitualmente imbufalire il cardiologo per quello che mangio, il mio medico neanche mi dice più nulla su diete e affini ormai da anni, eppure penso che non consumo più di un chilo di pecorino al mese. Mettici qualche stagionato e della ricotta e arriviamo a due chili che sono una esagerazione per il 90% delle famiglie italiane che ormai vanno a sottilette light. Ma ritornando al sottoscritto diciamo pure che consumo un totale di 24 chilogrammi all’anno. Abito in un paesino di 5000 abitanti e non devo uscire da Roma per trovare qualche amico che mi venda il formaggio ma diciamo che se ci dovessi andare apposta parliamo sempre di almeno 50/60 chilometri a volta. Mettiamoci anche che faccio una spesa mensile e siamo già a 7/800 chilometri all’anno e non ho consumato nemmeno il latte di una pecora. Quindi al mio amico di “omoni” come me ne servirebbero almeno 1000 per vendere tutto e di chilometri se ne percorrerebbero, diciamo, almeno 800mila con un consumo medio di 60mila litri di benzina. Naturalmente il tutto alla faccia del chilometro zero. E qui parliamo di latte e quindi formaggio che si conserva e diciamo che se nessuno passa la ricotta se la mangiano a casa per colazione con il caffè. Figuriamoci, se andiamo nell’ortofrutticolo, uno che tutti i giorni si raccoglie la sua cassetta di zucchine, quella di melanzane, quella di peperoni e poi quella di insalata e tutto quello che si deve trovare quando vai a fare la spesa in frutteria. Ma ritorniamo al latte. Il mio amico che si lamenta giustamente perché guadagna poco vendendo il latte, alla fine dell’anno con 200 litri a pecora finisce per guadagnare quello che guadagnerebbe facendosi il formaggio da solo nel caseificio aziendale. Io non so quanto costa produrre il formaggio ma so che ci vuole una mano d’opera enorme e un impegno continuo.

I caseifici aziendali vendono, da quelle parti dove sta lui, a 10 €/kg la ricotta, il formaggio fresco sui 12, e poi a salire, 16/18 il semistagionato, 18/20 o anche 22  lo stagionato.

 Molte delle aziende che hanno optato per il caseificio avendo sopra le 300 pecore trasformano una parte di latte mentre la maggior parte lo vendono al caseificio come fa il mio amico. Sapete perché non lo trasformano tutto? Perché è molto lavoro. Ci sarebbero altre cose da dire ma ve le risparmio ma alla fine se vi fate 2 conti ogni litro di latte prodotto vale 8 chilometri di automobile per andarsi a comprare un prodotto a chilometro zero. Se vi sembra una cosa intelligente questa? Invece di fare il nostro mestiere ne dobbiamo imparare altri per avere, bene che vada, lo stesso risultato. E pensare che ci sono le commissioni parlamentari che ci stanno lavorando da settimane per creare un marchio che farà guadagnare solo chi dovrà gestirlo.

Naturalmente il mio amico mi ha sconsigliato di scrivere su questa cosa del chilometro zero scrivendo testualmente “secondo me entri in  un vespaio che non ti cava manco l’apicoltore dell’Ambrosoli” ma che volete farci io sono duro di comprendonio e aspetto che qualcuno mi spieghi dove sbaglio. Pollicino ci ha provato ma non è riuscito a convincermi e voi mica mi direte che ho capito male e che le Commissioni Parlamentari per chilometro zero intendono le automobili nuove con la targa????

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