LETTERA APERTA AL PRESIDENTE MONTI di Furio Venarucci

dicembre 30, 2011 No Comments

 Gentile Professore,

seguo ogni singolo atto del Suo Governo con attenzione e cerco di comprendere la linea sulla quale si muovono le Sue azioni. Alcune le condivido, di altre non capisco l’essenza ma le accetto come atto di fede nel Suo prestigioso curriculum. Altre, dal mio ristretto osservatorio, non le capisco e non le approvo.

I sacrifici si possono chiedere a chi ha qualcosa in più del minimo vitale da dare alla collettività e invece Lei li ha chiesti anche a chi sotto quei minimi ci sta ormai da troppo tempo.  Mi riferisco a quanto richiesto dalla Manovra Salva Italia al mondo agricolo italiano. Per spiegarmi con una immagine Le dico che i nostri nonni sono quelli che hanno costituito le Casse Rurali. Oggi noi, i nipoti, ma anche i nostri figli, in quelle stesse Banche non siamo più graditi. Fino agli anni 80 l’agricoltore era uno dei migliori clienti, oggi è messo in un angolo perché, tranne rare eccezioni, ormai non regge più come imprenditore.

Ora come è possibile chiedere di pagare l’IMU su una stalla vuota? Su terreni che non producono più nulla e se vengono coltivati lo sono solo per la cocciutaggine di agricoltori che non si rassegnano all’abbandono? Lei certamente sa che il settore dove l’INPS trova più difficoltà nelle riscossioni dei contributi previdenziali è quello agricolo. Che senso ha aumentare le aliquote a chi già oggi fatica a pagare? Se il nostro settore è tra quelli che danno più lavoro ad Equitalia questo dovrà pure avere un significato!

Oggi Lei si avvia alla definizione della  Manovra Cresci Italia, dove sarà preponderante la parte destinata alla crescita. Io sono convinto che l’agricoltura potrebbe dare un enorme contributo in termini di PIL, di aumento dell’export, in diminuzione dell’import e in termini di rilancio di nuova occupazione. Ma per fare questo servono alcune cose fondamentali che possono certamente trovare spazio in una manovra fatta da tecnici che non devono compiacere alcuno.

La prima azione deve essere rivolta ad una profonda semplificazione. Basta a tutta quella burocrazia che va a beneficio delle Associazioni come quella che presiedo, che alla fine per ogni nuovo balzello troveranno il modo di guadagnare ancora qualcosa. Basta alle fantasie di burocrati che vogliono la PEC per ogni azienda agricola ben sapendo che poi saremo noi con le nostre associazioni a dare nuovi servizi alle imprese. Per fare solo questo esempio la geniale intuizione del burocrate di far dotare di PEC le imprese agricole genererà un volume di affari  per le Associazioni stimabile in molte decine di milioni  di euro.

E potrei continuare a lungo. Lei certamente è persona di grande capacità e cultura ma se dovesse dare in affitto un Suo terreno a me con un contratto in deroga sarebbe costretto a rivolgersi ad un sindacato per essere “assistito” in questa operazione di difficoltà epocale, naturalmente iscrivendosi in modo coatto ad un sindacato e potendolo scegliere, ci sono su questo disegni di legge giacenti in Parlamento, solo tra quelli presenti al CNEL. Presenti cioè nell’Organo costituzionale più inutile e che meriterebbe una rapida chiusura con legge costituzionale adeguata.

Senza entrare nelle mille altre voci rivolte ad una doverosa semplificazione, altre sono le azioni che servono alla nostra agricoltura se vogliamo farla risorgere dalle sue ceneri.

L’agricoltura va protetta nella sua funzione di presidio ambientale e per farlo bisogna proteggerla dalla peggiore globalizzazione. Io non parlo di protezionismo ma parlo di seria gestione della salute delle persone. Globalizzazione deve poter significare che un prodotto uguale o migliore di quello italiano arriva sui mercati e compete in qualità e prezzo.

E lo stato deve proteggere l’agricoltore e il consumatore da prodotti di minore qualità che si trasformano come per incanto in un vero Made in Italy tradendo la fiducia che il mondo riserva ai nostri prodotti. Da troppi anni siamo conniventi permettendo che il concentrato di pomodoro cinese si trasformi in autentica passata italiana.

Questo è solo un esempio e il Ministro Catania potrebbe farne altri mille.

Dopo il taglio della burocrazia, dopo l’azzeramento delle molte ed inutili pratiche sindacali, servirà una profonda riforma delle organizzazioni di prodotto e di tutto quello che ruota all’interno di filiere oggi inutili ai produttori agricoli.

Semplificazione vuole dire anche ridurre il numero delle poltrone agricole che sono troppe e troppo costose. Se Lei riuscisse a liberare il settore da tutti i pesi che ci gravano sopra, l’agricoltura farà la sua parte per intero.

Un nostro agricoltore di Ascoli Piceno racconta come un giorno, davanti ad un appezzamento di terreno, il vecchio padre spiegasse che un tempo su quel podere lavoravano dieci uomini mentre oggi ne lavora ormai uno solo. “Non è vero, padre, quello che dici – rispose il figlio – oggi su quel terreno ci lavoro da solo ma ce ne vivono altri nove alle mie spalle” riferendosi con questo alla burocrazia provinciale, regionale, nazionale, sindacale e associativa che in vario modo vive del lavoro di quell’unico uomo che resiste sulla terra paterna.

Signor Presidente,  Lei è persona colta e di grande intelligenza, ha una grande esperienza internazionale, non teme le pressioni delle lobby multinazionali, è in definitiva una persona “libera” e può fare questa rivoluzione copernicana.

Ci liberi dalle catene che ci stringono, ci aiuti a proteggere il nostro lavoro dandoci le stesse condizioni di lavoro dei nostri competitor internazionali, ci dia nuovamente la dignità che politiche sbagliate ci hanno fatto perdere e vedrà che le nostre aziende saranno il motore che farà ripartire dalla terra l’economia nazionale.

Noi agricoltori possiamo farlo.

Realizzi il nostro sogno e consenta che ognuno di noi possa trovare nel 2012 l’anno del riscatto agricolo della nostra Nazione.

parliamo di agricoltura

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